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Riprendiamoci la politica /
Le manifestazioni che riempiono le piazze non sono un inizio. Sono il punto in cui la pressione sociale interna diventa visibile. Sotto di esse c’è una società in cui il lavoro non garantisce più una vita decente, in cui l’affitto consuma metà dello stipendio, in cui i giovani restano precari a trent’anni e gli anziani contano i farmaci che non possono permettersi. Questo non è un disagio temporaneo. È la forma normale di un ordine economico che ha trasferito reddito dal basso verso l’alto per quarant’anni e che ora pretende che i perdenti restino silenziosi.
Ogni volta che la gente scende in strada viene ripetuto lo stesso schema. Si parla di “disagio”, di “frange”, di “provocazioni”. Si evita di dire che i salari reali sono fermi mentre i profitti e i dividendi crescono. Si evita di dire che intere generazioni sono state educate a competere per lavori che non esistono più nella quantità e nella qualità promesse. Si evita di dire che lo Stato sociale è stato smontato pezzo per pezzo mentre il debito pubblico è stato usato per salvare banche e grandi imprese. La manifestazione è la punta dell’iceberg. Il resto è già misurabile nelle statistiche ufficiali, solo che quelle statistiche non vengono lette come una condanna.
Un movimento che resta solo protesta finisce per essere gestito da altri. Viene usato come materiale di pressione elettorale, come sfogo periodico, come occasione per rinnovare la retorica senza cambiare le politiche. Chi lo dirige dall’alto decide quando deve fermarsi, quali parole può usare, quali obiettivi sono “realistici” e quali invece sono “irresponsabili”. Senza un punto di riferimento politico autonomo, la piazza resta un fenomeno meteorologico: arriva, fa rumore, passa. Le condizioni che l’hanno generata restano.
Serve un riferimento che non si limiti a denunciare. Che sappia dire con precisione quali meccanismi producono la povertà di massa, quali interessi li difendono, quali strumenti concreti possono interromperli. Un riferimento che non chieda alla gente di scegliere tra il silenzio e lo sfogo, ma che proponga una direzione: salari che coprano il costo della vita, case che non siano rendite, servizi pubblici che non vengano svenduti, tempo di lavoro che non venga allungato per compensare i tagli. Senza questa chiarezza, ogni mobilitazione rischia di diventare il pretesto per misure ancora più dure una volta che la piazza si è svuotata.
La storia recente mostra cosa succede quando manca questo ancoraggio. Movimenti ampi si disperdono in rivendicazioni parziali, vengono assorbiti da forze che non intendono modificare i rapporti di forza, oppure vengono isolati come estremisti proprio perché non hanno saputo costruire una proposta che parli alla maggioranza dei colpiti. Non basta avere ragione sui fatti. Bisogna avere la capacità di organizzare quei fatti in un programma che la gente possa riconoscere come proprio, non come un’aggiunta marginale alla impotente politica esistente.
Un punto di riferimento politico non è un leader carismatico né un partito tradizionale riciclato. È un centro di analisi e di decisione che non dipende dai finanziamenti di chi ha interesse a mantenere le cose come stanno. Che non cambia linea ogni volta che i sondaggi o i media lo richiedono. Che sa distinguere tra ciò che è negoziabile e ciò che, se viene ceduto, rende inutile tutto il resto. Che accetta di essere impopolare presso chi governa e presso chi commenta, purché resti comprensibile per chi lavora e non arriva a fine mese.
Le manifestazioni continueranno finché le condizioni materiali restano queste. Ma continueranno a essere solo la punta dell’iceberg se non emerge una forza politica capace di dire, con i fatti alla mano, che L’ORDINE ATTUALE NON È INEVITABILE e che esiste un’alternativa concreta, misurabile, difendibile. Senza quel riferimento, la protesta resta un sintomo. Con esso, può diventare l’inizio di un cambiamento di rapporti di forza.
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Tutto muove da una volontà di distruzione, ecco perché essere anti-sistema vuol dire, essenzialmente, tramandare per fare sopravvivere. Il resto è anodino.
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L’Italia non è un paese in cui si dibatte: è un paese in cui si amministra. E ciò che va amministrato, oggi, è la conversione di una democrazia residuale in una macchina di consenso per obiettivi che la popolazione non ha mai scelto e non sceglierà. Il riarmo non è una politica. È un ordine di servizio. E un ordine di servizio non si discute: si esegue. Chi lo discute viene trasformato in ostacolo.
L’élite italiana non ha un progetto di potenza. Ha un progetto di collocazione. Collocarsi nella filiera europea e atlantica delle armi, dei contratti, delle missioni, delle “responsabilità”. Questo progetto richiede spesa crescente, produzione crescente, accettazione crescente. La democrazia, anche nella sua versione già depotenziata, introduce attrito: elezioni che possono premiare chi promette meno guerra, opinione pubblica che non compra la narrazione della minaccia permanente, sindacati che ricordano che i soldi spesi in sistemi d’arma non arrivano altrove. L’attrito va eliminato.
Si comincia dal linguaggio. “Difesa europea”, “sicurezza condivisa”, “valori da proteggere”. Ogni formula è un anestetico. Serve a far sì che la decisione di destinare risorse crescenti a sistemi d’arma e a missioni all’estero appaia come dovere anziché come scelta di classe. Chi contesta viene accusato di non capire, di essere fuori dal tempo, di preferire l’isolamento. Non si discute il merito della spesa. Si discute la legittimità di chi la mette in discussione.
Poi si passa alle istituzioni. Le maggioranze si costruiscono su accordi che escludono a priori qualsiasi revisione della collocazione militare. I governi cambiano, la linea di spesa no. Quando il Parlamento diventa scomodo, si ricorre a decreti, a procedure accelerate, a commissioni ristrette. Quando l’opinione pubblica diventa scomoda, si restringe lo spazio mediatico a chi spiega perché non si può fare altrimenti. La democrazia non viene abolita. Viene ridotta a procedura di ratifica.
L’industria ha già fatto i suoi calcoli. I contratti europei e atlantici non aspettano. Le filiere si integrano. Chi resta fuori perde quote. Per questo l’élite industriale non chiede un dibattito sul senso della militarizzazione: chiede stabilità politica sufficiente a non interromperla. Stabilità, in questo contesto, significa governi che non mettono in discussione i livelli di spesa e che sanno isolare chi li contesta. Significa anche che i lavoratori del settore vengono presentati come ostaggio: se si riduce la spesa, perdono il posto. Il ricatto è già incorporato nel discorso pubblico.
La popolazione, nel frattempo, viene trattata come variabile residuale. Non le si chiede se vuole destinare quote crescenti di risorse a sistemi d’arma. Le si chiede di accettare che non c’è alternativa. Chi rifiuta viene invitato a spiegare come si difende il paese senza riarmarsi, come se la domanda fosse tecnica e non politica. La risposta politica – che altre priorità esistono e che la minaccia permanente è una costruzione – viene dichiarata irresponsabile. Irresponsabile, in questo lessico, significa incompatibile con gli obiettivi già fissati.
De-democratizzare non significa introdurre un regime formale. Significa rendere strutturalmente irrilevante qualsiasi espressione di dissenso che interferisca con la traiettoria di spesa e di collocazione. Significa che le elezioni possono cambiare i volti, non i numeri. Significa che i media possono ospitare critiche, purché non mettano in discussione il presupposto. Significa che i sindacati possono protestare, purché non tocchino i settori dichiarati strategici. Significa che le proteste possono riempire le piazze, purché non modifichino le decisioni già prese a livello europeo e atlantico.
L’élite sa che una democrazia funzionante, anche nei limiti italiani, potrebbe produrre maggioranze che riducono la spesa militare, che rifiutano missioni, che privilegiano altri usi delle risorse. Per questo non può permettersela.
Normalissimo cielo del sabato mattina alle 10:40…. Sempre in attesa di vederli cascare, possibilmente in mare aperto….
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Il campo largo non propone nulla. Non ha un programma, non ha una linea, non ha una parola che regga oltre la prossima dichiarazione d’intenti. Si presenta alle masse popolari come se bastasse ripetere “siamo i buoni” e attendere che il resto arrivi da sé. Non arriva.
Quello che offre è un catalogo di gesti. Un comunicato contro la destra, un appello all’Europa, una difesa rituale delle istituzioni, un richiamo al “contrasto alle disuguaglianze” che non indica mai da dove si parta e dove si arrivi. Non c’è una misura concreta su salari, casa, pensioni, lavoro precario, sanità territoriale. C’è la condanna. La condanna è gratis e non impegna nessuno.
Si dice che si tratta di un’alleanza necessaria. Necessaria a chi? A chi vuole restare in parlamento. Alle masse popolari non serve un’alleanza che tiene insieme chi ha firmato le riforme del lavoro degli ultimi vent’anni e chi adesso le denuncia a metà. Non serve un’alleanza che parla di “tutela dei diritti” mentre accetta che il salario reale continui a erodersi e che il mercato della casa resti un’asta per chi ha già.
Il campo largo non ha nemmeno la forza di dire che cosa vuole fare con la ricchezza prodotta. Non dice se la redistribuisce, come, con quali strumenti, a spese di chi. Preferisce parlare di “crescita inclusiva”. È una formula che non sposta un euro e non toglie un privilegio. È fatta apposta per non decidere.
Quando le masse popolari chiedono sicurezza del reddito, orari decenti, affitti che non divorino metà dello stipendio, il campo largo risponde con la pedagogia. Spiega che bisogna educare, integrare, sensibilizzare. Non spiega chi paga e chi incassa. Non spiega perché i profitti restano intatti e i salari no. La pedagogia è il modo elegante di dire che non si tocca nulla.
Non ha un’analisi del blocco sociale che sostiene il governo attuale. Non dice quali interessi materiali lo tengono in piedi e quali potrebbero spezzarlo. Si limita a definirlo “reazionario” e a sperare che la parola basti. Non basta. Il blocco reazionario si combatte con politiche che spostano risorse, non con aggettivi.
Il campo largo non è in grado di dire a un operaio, a una commessa, a un precario. ad un pensionato,ad un impiegato che cosa cambia nella sua settimana se vince. Non lo dice perché non lo sa. O perché lo sa e preferisce non dirlo. In entrambi i casi il risultato è lo stesso: le masse popolari non hanno motivo di fidarsi.
Si presenta come alternativa. È un’alternativa di gestione, non di indirizzo. Gestisce meglio o peggio a seconda dei casi, ma non cambia la direzione. Non mette in discussione la subordinazione del lavoro al capitale, non mette in discussione la spesa pubblica subordinata ai vincoli esterni, non mette in discussione il fatto che la casa sia un bene di investimento invece che un diritto.
Quello che resta è la retorica antifascista. È l’unica cosa su cui si è d’accordo. È anche la cosa che costa meno. Non richiede di scegliere tra interessi contrapposti. Non richiede di perdere il consenso di qualche pezzo di classe media. Non richiede di scrivere una legge che sposti davvero denaro.
Le masse popolari non vivono di retorica. Vivono di stipendi, di affitti, di bollette, di liste d’attesa. Finché il campo largo non è in grado di dire, con numeri e scadenze, come interviene su queste cose, non ha una politica. Ha un’opinione. E le opinioni non tengono in piedi nessuna alleanza quando arriva il momento di votare.
Interessantissima ( da sbadiglio..) la fantasia dei troll/ boccaloni che difendono il n€uro… fanno il paio con le teorie sugli alieni, anzi, le surclassano in idiozia…






