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✍🏻 Roberto Riccardi
Più stupidi dei padri. È la prima volta. Non è una battuta da bar, lo dicono i test.
Secondo il neuroscienziato Jared Cooney Horvath, la Generazione Z è la prima generazione dell’età moderna a ottenere nei test standardizzati punteggi più bassi di quella che l’ha preceduta.
L’ultimo a ripeterlo è stato Carlo Calenda, a “Cinque Minuti” da Vespa. La sua firma non aggiunge nulla. Conta che lo abbia detto su Rai 1 senza che volasse una mosca.
Una frase così, detta delle donne o degli immigrati, avrebbe riempito le piazze. Detta dei giovani, è passata come una previsione del tempo.
Il problema non è che non sanno. È che non sanno e credono di sapere.
Lo stesso Horvath, che punta il dito sugli schermi, osserva che questi studenti sovrastimano le proprie competenze. Hanno Google, hanno ChatGPT: perché ricordare una data, se la data sta in tasca?
Una sola lezione l’hanno imparata a memoria: ogni disagio è un diritto.
L’ansia da interrogazione diventa una richiesta di abolire i voti. La bocciatura diventa un trauma da certificare. Il professore severo diventa un caso da segnalare.
Ma cosa significa, in concreto, essere più stupidi? Non prendere un voto più basso. Significa essere arruolabili.
Un ragazzo che non regge un ragionamento di tre passaggi non è solo meno colto. È una recluta più facile.
Non gli serve sapere, gli basta appartenere. Il mondo diviso in oppressi e oppressori gli risparmia la fatica di studiare: scelto da che parte stare, il resto viene da sé. E il coro dei coetanei pesa più di qualunque libro.
Così indossa la kefiah e grida “dal fiume al mare” senza sapere quale fiume, quale mare, né che quello slogan cancella Israele dalla carta geografica.
Solidarizza con Hamas senza accorgersene, perché nessuno gli ha mai chiesto di accorgersene.
Così sventola il Che e difende Cuba come un paradiso. Pazienza se l’11 luglio del 2021 sono stati proprio i cubani a scendere in piazza contro il regime al grido di “Patria y vida” e a finire in carcere. Pazienza se chi può, dall’isola, scappa.
I cubani lo smentiscono. Lui non se ne accorge e se mai vedesse un loro video non gli crederebbe. Non ha mai letto una riga che non arrivasse da un reel.
Chi non sa ragionare non discute: ripete. In politica vince chi ripete più forte e più a lungo, finché lo slogan diventa verità, la verità diventa identità, l’identità diventa corteo.
Per la stessa ragione sono ossessionati da un fascismo finito mezzo secolo prima che nascessero.
Non l’hanno vissuto, non l’hanno studiato, eppure lo vedono ovunque: nel professore che boccia, nel ministro che vieta il cellulare, nel poliziotto che chiede i documenti. Pure sotto il letto.
Fino al capolavoro: ragazzi Lgbt in corteo per Gaza, dove la legge punisce l’omosessualità fino a dieci anni di carcere e dove Hamas, nel 2016, ha giustiziato un suo comandante accusato di avere rapporti con uomini.
Sfilano per chi li metterebbe in cella. Nessun argomento li ha convinti, è stata la ripetizione.
La stessa generazione assolve i maranza. Il ragazzo che spacca una vetrina? Vittima della periferia. Quello che insulta la professoressa? Vittima del disagio.
Quello che molesta le ragazze in branco? Colpa del patriarcato, quindi di tutti. Cioè di nessuno.
Ogni colpa trova un alibi, ogni alibi trova un hashtag.
Antifascisti contro un regime morto ottant’anni fa, muti davanti all’Islam più intransigente, che non tollererebbe un minuto le loro compagne di classe a capo scoperto.
Chi ha scritto il copione ha un nome. La sinistra, che li convoca in piazza a ogni occasione e da anni racconta le seconde generazioni come eterne vittime e la polizia come il vero problema.
Poi i Cinque Stelle, che della favola hanno fatto un metodo di governo.
Sono quelli che dal balcone di Palazzo Chigi annunciarono di avere abolito la povertà. Quelli del Superbonus spacciato per gratuito, costato oltre 165 miliardi certificati dalla Corte dei conti. Quelli che oggi promettono 15mila euro a ogni diciottenne, come un regalo di compleanno.
A un ragazzo che non sa fare una divisione, la favola dei soldi gratis sembra matematica.
Lasciamo pure stare il QI. Guardiamo i padri. Per l’Ocse un adulto italiano su tre, nella comprensione del testo, non supera il livello più basso: regge un testo breve, un elenco, un’istruzione chiara. Un editoriale come questo, no di sicuro.
Chi doveva educarli, insomma, non legge molto meglio di loro.
Allora la domanda vera non è chi ha acceso lo schermo. È chi ha smontato tutto quello che poteva spegnerlo.
La risposta ha una data. Nel 1967 la scuola di Barbiana di don Milani pubblicò “Lettera a una professoressa”: la bocciatura come arma di classe contro i figli dei contadini. Allora era una denuncia seria.
La sinistra ne fece un vangelo. Il Sessantotto lo trasformò in slogan: il sei politico.
Da lì in poi la selezione è diventata sospetta, il voto un’offesa, la fatica un privilegio borghese da abolire.
Ecco il paradosso. In nome dei figli dei contadini si è smesso di bocciare. Ma chi viene promosso senza imparare paga il conto due volte.
Il figlio del notaio ha le ripetizioni, il latino lo recupera a casa. Il figlio dell’operaio esce promosso e analfabeta.
La scuola che non dice no non protegge i poveri. Li condanna con il sorriso.
E oggi? Quando il governo ha inasprito le regole sulla condotta, le opposizioni hanno votato contro, da Italia Viva ad Avs.
Dai Cinque Stelle è arrivata l’accusa al ministro di volere “studenti non pensanti”. Ridicolo detto dal partito che doveva abolire la povertà e ha abrogato il congiuntivo.
Studenti non pensanti? Bastava guardare i cortei.
E poi ci sono i genitori. Non più educatori ma sindacalisti dei figli: la chat di classe come tribunale, il ricorso al Tar contro la bocciatura come rito di fine anno.
Calenda dice che questi ragazzi si sentono una generazione destinata all’esilio. Hanno ragione, ma non nel senso che credono.
L’esilio peggiore non è quello verso Londra. È quello da un libro di trecento pagine.
Serve una scuola che torni a bocciare senza chiedere scusa. Servono genitori che smettano di fare gli avvocati dei figli.
Serve una classe politica con il coraggio di dire ai ragazzi la verità, invece di blandirli per un voto che nemmeno andranno a dare.
Altrimenti tra vent’anni il test lo faranno i loro figli. E nessuno sarà più in grado di leggere il risultato.
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Si dice che in italia si parla poco di educazione finanziaria e troppo di calcio dato che c'è la sosta ho provato a far parlare di finanza quelli che parlano di calcio un thread da prendere a piccole dosi e che quindi definirei PAC
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Fossi un insegnante userei questo video per spiegare la situazione geopolitica ai miei alunni
Drughi88: stati uniti d'israele
Nati per vincere: Iran
Leone bianconero: Cina
Juventino enigmista: Russia
Mbare Palermo: Canada
Giampiero Morabito Juventus: UE
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PATTY PRAVO. Ti fissa languida sul bordopista del Madison di viale Certosa. Ti afferra. Forse la sua ultima speranza di accoppiamento. La deglutizione incespica. Non vuoi ma sai che devi. Il tocco e la voce non hanno perso lo smalto e allora…pazza idea. 7 Necrofilia
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Replying to @jo19N26
Memoria selettiva, stessa partita, prima dell’episodio di Pjanic. Rimosso da ogni memoria nerazzurra
E ancora parlate
Cazzo se parlate
Ma che coraggio
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Studente universitario meridionale piange perché non vuol prendere il treno per andare a vodare.
Se era per andare a prendere una scatola di polistirolo con dentro le mozzarelle ci andava volando.
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La remigrazione sará questo sulle note di L’Amour Toujours by Gigi D'Agostino
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Tra le costumanze nordafricane c’è quella di sbudellarsi allegramente a coltellate? Non ci stracceremo certo le vesti, buon cielo. Ma che lo facciano comodamente a casa loro, grazie. L’Europa è la culla della civiltà, non ci può essere spazio per gli istinti belluini dei marroni.
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Ogni volta che la Russia entra in crisi sistemica, l’Occidente commette lo stesso errore. Quello di confondere il crollo dello Stato con la trasformazione della società. È accaduto nel 1917, quando la fine dell’Impero zarista non produsse una Russia democratica ma un esperimento totalitario ancora più espansivo. È accaduto nel 1991, quando la dissoluzione dell’URSS fu letta come “fine della storia”, salvo scoprire che sotto le macerie del comunismo non c’era una società civile pronta alla libertà, ma un vuoto identitario presto riempito dal revanscismo imperiale.
Oggi, mentre la guerra contro l’Ucraina consuma risorse, capitale umano e legittimità del potere russo, torna una domanda che in molti evitano per scaramanzia: che cosa farà il mondo del popolo russo, quando (non “se”) la Russia collasserà di nuovo?
Non è necessario indulgere nel wishful thinking per riconoscere che il sistema russo mostra crepe strutturali. La guerra ha accelerato dinamiche già presenti: dipendenza estrema dall’economia di guerra, deindustrializzazione mascherata da autarchia, fuga di cervelli, crollo demografico, militarizzazione della società come surrogato di consenso, repressione totale dello spazio pubblico. Il potere è sempre più personalistico, la successione opaca, le élite tenute insieme non da un progetto ma dalla paura.
Sono segnali che ricordano da vicino la fase terminale dell’URSS. Non tanto per l’imminenza cronologica del collasso, quanto per la rigidità del sistema, incapace di riformarsi senza autodistruggersi. Quando un regime può sopravvivere solo radicalizzandosi, il problema non è se cadrà, ma come e cosa lascerà dietro di sé.
Qui entra in gioco un nodo più profondo, su cui numerosi studiosi hanno insistito. Da Richard Pipes a Martin Malia, da Orlando Figes a Timothy Snyder, passando per Aleksandr Etkind e Marlene Laruelle, tutti i grandi storici e studiosi concordano sul fatto che la Russia storicamente fatica a concepirsi come Stato-nazione. La sua identità politica non nasce dal patto civico, ma dall’espansione territoriale. Quando smette di crescere, implode.
Non è un caso che Putin, nel suo saggio del 2021 sull’“unità storica” di russi e ucraini, non parli mai di cittadinanza, diritti o confini legittimi, ma solo di spazio, destino e subordinazione. È la prosecuzione di una tradizione che attraversa zarismo, bolscevismo e putinismo: cambiano i simboli, resta l’idea che senza impero la Russia non sia nulla, o peggio, non sia legittima.
Il breve esperimento di libertà degli anni ’90 lo dimostra in modo brutale. Le libertà civili furono percepite non come strumenti di emancipazione, ma come caos. Il pluralismo come umiliazione. La responsabilità individuale come abbandono. In assenza di istituzioni solide e di una memoria democratica, la libertà venne associata alla miseria, mentre l’autoritarismo tornò a essere sinonimo di ordine.
Spesso si invoca la Germania post-hitleriana come modello: denazificazione, rieducazione civica, integrazione europea. Ma il paragone regge solo fino a un certo punto. La Germania fu sconfitta militarmente, occupata, divisa, privata della capacità di raccontarsi come vittima. L’ideologia nazista venne delegittimata in modo totale e irrevocabile, anche grazie alla scoperta pubblica e innegabile dei suoi crimini.
La Russia, al contrario, ha sempre evitato una vera resa dei conti con il proprio passato. Lo stalinismo non è mai stato davvero processato, l’impero sovietico viene rimpianto, la Seconda guerra mondiale è diventata una religione civile che giustifica tutto. Nella retorica putiniana la guerra in Ucraina ne è in fondo una sorta di riedizione, al punto di rendere giustificabile ogni efferatezza. Senza una sconfitta chiara, senza una rottura simbolica, il mito imperiale russo sopravvive a ogni regime.
Pensare di “rieducare” la Russia senza smantellare questo mito equivale a ristrutturare una casa lasciando intatte le fondamenta marce.
La domanda scomoda, ma inevitabile è dunque se sia possibile una “civilizzazione” del popolo russo. E nell’aprire questa riflessione bisogna evitare sia il razzismo culturale sia l’ingenuità liberal. Non esiste alcuna predisposizione genetica all’autoritarismo, ma esistono tradizioni politiche, traumi storici non elaborati e narrazioni collettive tossiche che, se non affrontate, si riproducono.
Una Russia post-collasso potrebbe imboccare due strade. La prima è quella già vista: vittimismo, revanscismo, ricerca del nuovo uomo forte che prometta di “rialzare la testa”. In questo caso, l’Occidente comprerebbe forse vent’anni di tregua, prima che l’orso – ferito ma non addomesticato – esca di nuovo dal letargo.
La seconda strada è più difficile e richiede condizioni drastiche: perdita irreversibile dello status imperiale, decentralizzazione reale, apertura degli archivi, fine del culto della guerra, smilitarizzazione dell’identità nazionale, integrazione condizionata e non gratuita nel sistema internazionale. In altre parole: non solo un cambio di regime, ma un cambio di paradigma.
Il nodo, alla fine, è semplice e inquietante: il problema non è solo Putin, ma ciò che viene dopo Putin. Se il mondo continuerà a trattare la Russia come una potenza “naturalmente” destinata a essere imperiale, continuerà a produrre mostri. Se invece accetterà che una Russia post-imperiale sarà più piccola, più frustrata e inizialmente più instabile, ma potenzialmente meno pericolosa, allora forse il ciclo potrà spezzarsi.
Non è certo una promessa di pace eterna. Ma è una scommessa sulla storia. L’alternativa è continuare a illuderci che ogni collasso russo sia l’ultimo, salvo scoprire, puntualmente, che l’orso non è mai stato curato: solo sedato. E prima o poi, si sa, si sveglia.
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therapy only works if you have a lower IQ than the therapist.
Readers added context they thought people might want to know
Post is stolen, word for word.
x.com/uncledoomer/st…
























