CIO International group in the field of Legal Services. Contract teacher Digital marketing at School of Management Torino University. Eco-friends

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Joined November 2009
‼️ BREAKING: We're in contact with the Revolut hacker. According to them, they didn't only take Revolut data, they've also compromised multiple Italian law enforcement departments. They say the operation targeting Revolut ran for six months, and that they used Italian law enforcement systems to send data requests to Revolut. They claim to hold 147 GB taken from the Italian side, including internal docs, calendars and personal material, among it the chat logs of a federal officer arguing with his wife.
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Dogs never forget their owners. This is truly a precious moment to see. ♥️🐶❣️
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Adapting to climate change without ending the fossil fuel industry.
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Good Morning from Germany, where business investment is the weakest in the entire G7. Since 2021, investment has essentially stagnated, while the US is powering ahead, driven by the AI boom. By 2028, US real business investment could be up 40%, while Germany remains the G7 laggard. Europe’s investment gap is becoming a growth gap. ft.com/content/77b94c4a-4b4b…
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Dovremmo costruire più datacenter. L'AI è la tecnologia più importante arrivata dopo internet, ma manca la potenza di calcolo per farla girare. La paura più diffusa è l'acqua, ma il consumo è irrisorio rispetto alle altre attività. Ne parliamo nella newsletter.
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La #Germania rivoluziona le pensioni dopo 130 anni: asset manager a gara per un mercato da 500 miliardi. Dopo anni in cui i risparmiatori tedeschi hanno accettato rendimenti modesti in cambio della garanzia del capitale, Berlino si prepara ad abbandonare gradualmente titoli conservativi e polizze assicurative e ad ampliare il ventaglio degli investimenti incentivati, dagli Etf al private credit. Si tratta di una delle più importanti riforme del sistema pensionistico tedesco dai tempi del cancelliere Otto von Bismarck, che lo istituì alla fine dell'Ottocento, e che sta per consegnare ai gestori patrimoniali un nuovo gigantesco bacino di capitali da investire: tinyurl.com/yp6bfvy5
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Confermato titolo europeo del 2024: ai -250m arriva lo scatto che stacca tutte le avversarie. Finale pazzesco
Non tocca terra, Battocletti. Vola! #runlovers
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L’Italia è una repubblica basata sul lavoro degli altri.
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Francesco #Guccini è morto stamattina a Pàvana, a 86 anni, nella casa dei nonni, sull'Appennino dove era stato bambino durante la guerra. Umberto Eco disse che era il più colto dei cantautori italiani — «che coraggio far rimare “amare” con “Schopenhauer”». Ha costruito un pensiero in forma interrogativa, e l'ha lasciato lì, aperto. Le sue canzoni finiscono spesso con una domanda. “Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire. Che senso avranno mai, che senso abbiamo? Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa”. È una scelta precisa. Vecchioni lo ha detto meglio di chiunque: lui parlava di dubbi per vivere. Eppure, non c'è nichilismo. Chi canta “l'isola non trovata” sa che l'isola in qualche modo esiste, altrimenti non ne sentirebbe il profumo nel vento. Chi scrive "siamo qualcosa che non resta" aggiunge subito "e il cuore di simboli pieno". È una poetica della negazione che non finisce nel niente. Si definiva «agnostico inquieto in cerca dell'infinito»: uno che si ferma alla domanda, senza risolverla. Ma il caso di "Dio è morto" fu eclatante. La RAI la censurò; Radio Vaticana la trasmise. Guccini commentò che "i censori RAI si dimostrarono più papisti del Papa" — e aveva ragione. Quel Dio lo uccidono – ieri come oggi – le guerre, il razzismo, i falsi miti del consumo e del potere; e nel finale risorge, "in ciò che noi crediamo". Il titolo viene più da Ginsberg che da Nietzsche: è un grido di denuncia, non una sentenza metafisica. In Guccini il lessico sacro non è ornamento: è struttura del linguaggio poetico. L'apocalisse che attraversa la "Canzone dei dodici mesi", il tempo che torna su sé stesso invece di procedere, la nostalgia dell'assoluto rimasta senza oggetto. Era un uomo di soglia. Campagnolo inurbato, eterno studente, fra la Via Emilia e il West: sempre tra due rive, mai su una sola. Resta il catalogo delle domande. Che è, poi, una sua grande eredità. #FrancescoGuccini
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Signore e signori, Alberto Angela ha servito #Noos #Tv #AlbertoAngela
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Caffè Affari (ristretto) - le cose da sapere prima dell'apertura dei mercati, con Adolfo Valente (@atvala): 📌Iran-Usa, il petrolio torna sopra i 90$ al barile 📌Dilemma Bce sui tassi 📌Piazza Affari, al via opas di Poste su Tim 📌In arrivo i conti di Stm e Unicredit in settimana 📌Ryanair lancia allarme su ricavi e costi carburante
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"La guerra in #Iran durerà 4-6 mesi, sui mercati finanziari ci sono delle opportunità di acquisto, ma non c'è nessuna fretta. Ci sono stati alcuni ribassi non giustificati": le previsioni e le analisi di Massimiliano Cagliero, Fondatore e AD di Banor, intervistato dal direttore @acabrini
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This is todays catastrophic flooding in Hubei, China, and climate change deniers are still opening their mouths. The evidence is in front of us, yet some still choose to ignore it. It makes me sick. Every climate denier, every oil-bought politician, every “it’s just natural cycles” clown who spent years obstructing action has blood on their hands. These floods, the wildfires, the heatwaves, the droughts, that starve people to death - this is what deliberate obstruction looks like. Your denial didn’t just slow things down. It made the body count higher. You’re not a sceptic. You’re an accomplice. You contributed to this. Own it or shut the fuck up.
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Negli ultimi 10 anni l'occupazione nel privato è aumentata, ma il salario reale è sceso di 1.800 euro l'anno. Abbiamo creato lavoro, ma nei settori sbagliati: turismo, ristorazione, servizi a bassa produttività. La manifattura è ferma e la finanza in calo.
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⛽️🇮🇷 Hormuz, prepariamoci alle polemiche delle prossime settimane. Anche se lo stretto di Hormuz fosse “aperto” da oggi, ci vorranno settimane perché i prezzi alla pompa in Europa si stabilizzino e mesi prima che si torni alla normalità. Ci sono due ordini di ragioni: danni e tempistiche. Sui tempi, la crisi ha impiegato un mese e mezzo prima di cominciare a investirci perché le navi uscite da Hormuz a febbraio erano in viaggio per raggiungerci. Allo stesso modo ci vorranno 3-5 settimane prima che i nuovi carichi comincino a raggiungere l’Europa. Sul GNL va ancora peggio: ci vorrà più di un mese perché la produzione torni a pieno regime, e solo da quel momento comincerà il conto alla rovescia delle 3-5 settimane. Inoltre, il Golfo registra danni severi a pozzi, raffinerie e strutture di esportazione. Dopo lo sblocco iniziale di tutte le navi che sono ancora bloccate lì, dovremo verificare quanta capacità è stata perduta (soprattutto per prodotti come jet fuel e diesel) e quanto ci vorrà per ripristinarla. Sul GNL, gli attacchi iraniani hanno ridotto la capacità di esportazione del Qatar del 20% per almeno 3 anni. Preparatevi, insomma. I negazionisti della crisi saranno pronti a cavalcare la loro stessa ignoranza.
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🛢️📉La crisi petrolifera è ancora più grave di quello che immaginate. Nel grafico vedete le esportazioni di greggio dal Golfo. Quasi tutti si concentrano sul calo (giusto), notando che l'oleodotto saudita permette ancora di esportare una quota significativa di greggio (giusto). Ma guardate la composizione: lì si nasconde un problema molto più grande. Ha a che fare con quale greggio il Golfo riesce ancora a esportare. Dall’inizio della crisi, a sparire quasi del tutto sono i greggi "heavy sour" e "medium sour". Sono i più difficili da immettere nell’oleodotto saudita, che non è ottimizzato per questi flussi (di solito viaggiano via nave). Così l’Arabia Saudita spinge più "light", mentre medium e heavy restano bloccati nel Golfo. Il punto è che proprio questi greggi, heavy e medium sour, sono i più importanti per produrre i derivati che mandano avanti l’economia mondiale: gasolio per navi e combustibile aereo. È qui il vero cuore della crisi. E fa la differenza tra una crisi che appare circa doppia rispetto al 1973 e una che, guardando bene dentro ai flussi che escono dal Golfo, è ancora più grave.
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La Generazione Zeta ha rotto le palle - di Roberto Riccardi Svogliati. Permalosi. Presuntuosi. Inaffidabili. Incapaci di sostenere una conversazione professionale, di rispondere a una mail entro sera, di presentarsi puntuali, di vestirsi in modo appropriato, di accettare una critica senza crollare emotivamente. Pretendono lo smart working al primo giorno. L'aumento al terzo mese. La flessibilità come diritto di nascita. Non hanno mai prodotto niente ma esigono tutto, con la sicumera di chi confonde i capricci con i diritti e la pigrizia con l'illuminazione. La Generazione Zeta ha rotto le palle. E non lo dicono i soliti editorialisti rancorosi. Lo dicono i colleghi. I quarantenni che ogni sera rispondono alle mail che il collega Zeta ha ignorato, gestiscono il cliente lasciato in attesa, si sobbarcano gli straordinari rifiutati in nome del sacrosanto "bilanciamento vita-lavoro". Quelli che alle sette di sera cercano di rintracciare il collega Zeta sul telefono aziendale e scoprono che già all'imbrunire è irraggiungibile. Sono loro a pagarne il prezzo. E sono stufi. Sono i nati tra il 1997 e il 2010. I primi veri nativi digitali, cresciuti con lo smartphone in culla e i social come biberon. Hanno attraversato la pandemia in pigiama, frequentato l'università da remoto e ne sono usciti convinti che il mondo funzioni così: dalla poltrona, a propri tempi, senza che nessuno abbia il diritto di chiedergli nulla. Si autodefiniscono la generazione più consapevole della storia. Quella che ha capito, a differenza dei padri schiavi del lavoro e dei nonni piegati dalla fatica, che la vita non si esaurisce in ufficio. Che il benessere viene prima della carriera. Che la salute mentale è sacra. Bellissimo. Peccato che questa illuminazione arrivi da gente che a trent'anni si fa ancora lavare le mutande dalla madre. Un caso su tutti, finito sui giornali di mezzo mondo e diventato virale con ventisette milioni di visualizzazioni. Un neoassunto viene convocato dal capo a una riunione alle otto del mattino. Riunione trimestrale, comunicata in fase di assunzione. Il ragazzo sapeva. Risposta: "non posso venire, ho il corso in palestra. Il mio equilibrio psicofisico viene prima". Prima della riunione, prima dell'azienda che lo paga, prima del capo che lo ha scelto e assunto, prima di quella roba antica e desueta che le generazioni precedenti chiamavano senso del dovere. La cosa più rivelatrice non è stata la sfrontatezza. È stata la reazione dei coetanei: aveva ragione lui. I numeri confermano la sentenza. Sei aziende su dieci hanno già licenziato neolaureati Zeta nel giro di pochi mesi. Mancanza di motivazione per il 50%, scarsa professionalità per il 46%, incapacità di comunicare per il 39%. Il 75% dei datori di lavoro li giudica insoddisfacenti. Uno su sei non vuole più assumerli. Risultato: l'età media di assunzione è salita a 42 anni, le assunzioni di over 65 sono esplose dell'80%, quelle degli under 25 sono crollate. Le aziende preferiscono il settantenne che si presenta puntuale al ventenne che manda un vocale per dire che arriva tardi perché ha lo yoga. Ma perché tutta questa svogliatezza? La risposta non è generazionale: è sistemica. Si è prodotta una generazione senza addestramento alla frustrazione, senza autonomia materiale e senza interiorizzazione del dovere. Adulti anagrafici che funzionano come adolescenti permanenti. E il dato lo conferma: il 79% dei giovani italiani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori. Peggio di noi solo la Corea del Sud. In Danimarca sono il 12%. In Germania il 33%. Il Censis ha contato oltre tre milioni di trentenni ancora nel nido. Di questi, il 63% lavora. Lavora e resta. Perché andarsene significherebbe diventare adulti. E diventare adulti non è previsto dal programma. Il 72% dei giovani disoccupati vive interamente sulle spalle della famiglia. Ma il dato più indecente riguarda chi un lavoro ce l'ha: il 62% ha comunque bisogno del sostegno economico dei genitori. Il 30% degli under 30 dipende ancora dalla paghetta. A trent'anni. Con la paghetta. Mentre posta su Instagram storie di aperitivi al tramonto e filosofia spicciola sul diritto alla felicità. Li hanno definiti la “Generazione Cavalletta”. Perché stanno divorando tutto quello che nonni e genitori hanno costruito con decenni di sacrificio. Sono la prima generazione della storia che consuma senza produrre, che eredita senza costruire, che pretende senza restituire. Entro il 2030 riceveranno in eredità duemila miliardi di euro. Patrimoni, immobili, investimenti accumulati in una vita di fatica da chi si alzava alle sei senza lamentarsi e non aveva mai sentito parlare di "salute mentale" come alibi per non lavorare. Duemila miliardi nelle mani di chi non ha mai piantato un chiodo. E non fanno figli. Perché fare figli richiede responsabilità, sacrificio, progettualità. Il tasso di fecondità è inchiodato a 1,24 figli per donna, il più basso della storia repubblicana. Il 65% rifiuta i mestieri manuali perché considerati indegni. L'edilizia non trova ricambio. L'autotrasporto è in ginocchio. La ristorazione elemosina personale. Ma il giovane Zeta non si sporca le mani. Aspetta l'offerta giusta, col contratto giusto, lo stipendio giusto, la flessibilità giusta, l'ufficio giusto, il capo giusto. E nel frattempo si fa mantenere. La Generazione Cavalletta non nasce dal nulla. Nasce da genitori che non hanno mai detto no. Che hanno trasformato ogni capriccio in diritto, ogni frustrazione in trauma da evitare, ogni difficoltà in qualcosa da cui proteggere il pupo a ogni costo. Che hanno fatto i compiti al posto loro, telefonato ai professori per contestare un brutto voto, accompagnato il trentenne al colloquio di lavoro. Non è un'iperbole: il 70% dei giovani Zeta ammette di aver chiesto aiuto ai genitori per cercare impiego. Non per un consiglio. Per farselo trovare. Hanno cresciuto figli come piante da appartamento: al caldo, al riparo, senza un alito di vento. E adesso si stupiscono che al primo temporale si spezzano. Parlano di "comfort zone" come il Papa parlerebbe del Vangelo. Hanno ribattezzato la pigrizia "consapevolezza", il parassitismo "equilibrio interiore", l'incapacità "rifiuto di un sistema tossico". Hanno costruito un'intera filosofia per giustificare il fatto di non avere voglia di fare niente. E ci credono pure. Ma arrendersi non è un'opzione. Se il problema è la mancanza di fame, la soluzione è una sola: restituire la fame. I genitori smettano di pagare e giustificare. Fuori di casa a venticinque anni, come in mezza Europa. Le aziende smettano di inseguirli con benefit immeritati: la gavetta esiste e chi l'ha fatta ne è uscito più forte. Si reintroduca un servizio civile o militare obbligatorio, sei mesi di disciplina e convivenza forzata con la realtà. Anzi meglio un anno e lo Stato si chieda come sia possibile che un trentenne sano e laureato risulti ancora fiscalmente a carico dei genitori senza che nessuno batta ciglio. Oppure si può continuare così. E fra vent'anni ci ritroveremo con un Paese di cinquantenni che vivono ancora con la mamma, non hanno costruito niente, non hanno lasciato niente e pretendono la pensione. Pagata da chi, non si sa. Perché figli non ne hanno fatti. Ma il problema, a ben guardare, non è una generazione. È una civiltà che ha deciso di abolire il dovere, la fatica e la maturità. La Generazione Zeta non è la malattia. È il sintomo finale.
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