Perché i temi guerra e riarmo sono oggi presupposti per fare tutto il resto. Ecco spiegato
I wish sensible people would realize that the most important thing --like in July 1914-- is to stop the slide towards a general war. Only once we do so, we can go back to trying to reinvent the international system, everything from inequality to climate change.
But to believe we can do it in today's conditions with raging wars and with nobody trusting anybody is not only impossible but represents a waste of energy.
Indeed, Intellectual energy is wasted on unrealizable tasks b/c the true origin of the problem is not recognized.
Irnerio retweeted
Xenofobia, egoismo, classismo, prevaricazione, appoggio a crimini di guerra e genocidi, disprezzo per gli ultimi, adulazione e asservimento verso ricchi e potenti, bellicismo, menzogna sistematica: ciò che ha visto Giorgia Meloni nel messaggio cristiano
Da ripetere ogni volta che qualcuno se la prende con i dipendenti pubblici
L’attuale stato della pubblica amministrazione e l’odio verso di essa è figlio di un’operazione ben congegnata dalla politica che per 20 anni ha demonizzato e demolito la PA nascondendosi dietro il pretesto dell’efficienza solo per poter creare quella casta di aziende di “servizi alla PA” che sostanzialmente fanno quello che gli enti pubblici potrebbero fare già in autonomia se avessero il personale, ma ci fanno sopra la cresta finendo per costare più dei dipendenti che sarebbero necessari per arrangiarsi internamente.
A un terzo di sezioni scrutinate NO in vantaggio di nove punti. Sperem
elezioni.interno.gov.it/risu…
Irnerio retweeted
Un Paese che ha reagito al ritiro di un comico da Sanremo come all'ingresso in una guerra mondiale e che ha reagito all'ingresso in una guerra mondiale come al ritiro di un comico da Sanremo
Freedom is real — but it is structured and bounded by class power. You are free to move… but only as far as the leash allows. It is precisely the contrast between Chomsky and Parenti that helps illuminate Rockhill’s thesis: Why was one globally... ⏩
youtube.com/watch?v=vKPuA78M…
Irnerio retweeted
Hanno bisogno del caos come dell'aria, di disordine pubblico, di immigrazione incontrollata, nessuna idea di benessere generale, paura e repressione la sola merce che sanno offrire a un elettorato che scambia la malattia per la cura
#governodellavergogna
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"Gaza Beach 2030".
Peter de Wit wins the annual award for the best political cartoon in the Netherlands.
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URGENT: As of now, I have ZERO access to any money.
I can’t provide food for my family, incl. 2 newborns, due to EU sanctions.
Previously, I was granted access to €506 to survive which is now also inaccessible. My bank blocked it.
The EU de facto sanctioned my children too.
@ClareDalyIRL
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Gli ucraini combattono perché si sono trovati incastrati in una guerra plasmata da attori esterni: milioni di famiglie dilaniate (élite escluse).
La priorità è fare in modo che ora non succeda anche ai nostri figli: disubbidire alla propaganda di guerra è il 1° step.
Irnerio retweeted
Francesca Albanese ha semplicemente osservato che, nello stesso giorno dell'irruzione di quei 30 imbecilli nella redazione della Stampa, in decine di città italiane si erano svolte manifestazioni per #Gaza assolutamente pacifiche, affollate e civili. Una considerazione di buon senso, quasi statistica. Eppure è stata prontamente linciata da un ceto politico che vive di esasperazioni semantiche, nella formula ossessiva della “giustificazione della violenza”. Una torsione deliberata del senso, utile a chi preferisce la caricatura alla complessità, da Calenda ai renziani del Pd e a Meloni, in un’antica convergenza tra liberali e destri muscolari, per non parlare di molti croccantinofagi dell'ordine dei giornalisti.
Segnalare lo sbilanciamento informativo di molte testate, che hanno riversato titoli roboanti su un singolo episodio mentre ignoravano una pluralità di piazze pacifiche, non equivale a indulgere verso chi ha sbagliato: significa chiedere esattamente ciò che dovrebbe pretendere qualunque lettore cosciente, cioè proporzionalità, pluralità di sguardi, decenza professionale. È l’essenza del ruolo affidato a una Relatrice speciale dell’Onu.
Questo tribunale assortiti di liberali, fasci, bandierinati gialloblu, "Travaglio e Il Fatto servi di Putin", "Viva Israele" si è attaccato alla parola “monito”. Termine nobile, di ascendenza civile ed etica, che rimanda a un avvertimento morale e a una riflessione, non certo a una minaccia. Chiunque abbia letto anche distrattamente i discorsi di Pertini, di Calamandrei o di Berlinguer lo sa: i loro moniti non erano mai intimidazioni, ma richiami severi e paterni al senso della Repubblica. Se oggi venisse riesumato un loro intervento nel quale si chiedeva ai giornali di raccontare meglio una tragedia o un’ingiustizia, nessuno potrebbe vedere lì una lesione della libertà di stampa o una intimidazione o uno sberleffo a una categoria.
Se ogni rilievo critico sulla linea editoriale di un quotidiano (tranne Il Fatto, ormai ossessione compulsiva di gente miracolata dalla Basaglia) viene trasformato in un sacrilegio, allora l’analisi dei media è destinata a scomparire; e in un paese dove basta uscire un millimetro dal coro atlantista per essere marchiati come “filoputiniani”, so bene quanto sia facile diventare il bersaglio di delegittimazioni automatiche e meccaniche. Con la differenza che molti di noi, almeno, possono replicare. Albanese no: non dispone di un apparato mediatico, non è protetta da un partito o da un editore, non ha tribune fisse. Ha solo i suoi dossier, pieni di fonti, sentenze, dati, testimonianze. Proprio per questo appare vulnerabile e allo stesso tempo pericolosa per chi preferisce la narrazione alla realtà.
La si vuole mettere a tacere con la scomunica di una parola. Eppure la libertà di stampa non è un feticcio da sventolare quando conviene, ma un ecosistema che comprende anche il diritto di essere ammoniti, con misura e con rigore, da chi indaga ciò che il potere tende a elidere.
Francesca Albanese non ha giustificato nulla: ha solo rifiutato la riduzione di una generazione intera al gesto sconsiderato di pochi e ha chiesto ai media di interrogarsi sul perché un’enorme parte della popolazione non si riconosca più nel racconto ufficiale di un genocidio attestato dalla Corte Internazionale di Giustizia.
Ha espresso più volte solidarietà alla redazione della Stampa per l’intimidazione subita, senza rinunciare al diritto sacrosanto di replica di chi viene sistematicamente messo all’angolo quando documenta crimini di guerra. È esattamente questo che in un paese democratico dovrebbe chiamarsi dibattito pubblico, non “attacco alla stampa”, non “posizione ambigua”.
Questo, storicamente, è il compito del monito: incrinare l’inerzia del racconto dominante, costringere a riconsiderare ciò che era stato messo troppo in fretta sotto vetro. E non è la prima volta che lo spazio del dubbio viene abraso. Basterebbe ricordare il 15 ottobre 2011: duecentomila persone in corteo a Roma per denunciare le disuguaglianze, travolte mediaticamente dall’incendio di un blindato e dalle vetrine infrante da cinquecento black bloc. Nel giro di un’ora l’intero significato politico di quella giornata si dissolse, e chi osava domandare perché nessuno raccontasse le altre piazze veniva ascoltato senza essere accusato di connivenza con i violenti.
Oggi, 14 anni dopo, la storia si ripete identica: quaranta città in piazza pacificamente per Gaza, un gruppo di cinquanta persone fa casino a Torino, e i giornali parlano solo del casino. Francesca Albanese dice la stessa cosa che dissero vari intellettuali nel 2011: "Condanno la violenza, ma raccontate anche il resto".
E stavolta scatta l’apocalisse (oltre che dai politici succitati e da insulsi e vigliacchi troll, anche da gente che non ha mai letto in vita sua La Stampa e da giornalisti di varie fanzine parrocchiali). E perchè? Demenziale Watson. Perché è Francesca Albanese, una delle pochissime voci libere e indipendenti di questo maledetto mondo, l’ultimo residuo di una tradizione che una volta si chiamava intellettuale europeo, quella che credeva che dire la verità, anche quando è scomoda, anche quando ti costa tutto, fosse non solo un diritto ma un dovere.
E il fatto che oggi, in Italia, una donna che compie questo dovere venga trattata come una criminale, anche da sedicenti iscritti all'ordine dei giornalisti, la dice lunga sullo stato rantolante di questo paese. Poi si chiedono perché nessuno va più a votare.
Faccio mia questa riflessione. Thread🧵
1 - "La casa nel Bosco".
Condivido questa attenta analisi di Michela Calledda. Credo che, al di là degli aspetti tecnici, colga il cuore della questione.
"La storia della famiglia di Palmoli non è solo il racconto di un bosco, di una casa
12. Si esce dal capitalismo ricostruendo i legami, difendendo la scuola pubblica, la sanità pubblica, i diritti sociali, la collettività. Tutto ciò che questo sistema ci ha insegnato a considerare un peso. Non sempre si torna alla natura.
11. È una ritirata che lascia il sistema intatto e scarica il costo sui più fragili: sui bambini, sui poveri, sulle minoranze, su chi non può scegliere dove vivere né in quale mondo crescere. La verità è che non si esce dal capitalismo scappando nel bosco.



















