Alessandro Sutera Sardo retweeted
Lo sprovveduto che, per smontare la Russia, tira fuori gli scaffali vuoti e il «declino economico e sociale» non sta facendo analisi: sta recitando un copione. È la stessa vulgata da Guerra Fredda che per quarant’anni ha trasformato un paese in cartolina della miseria, utile a chi aveva bisogno di un nemico povero, sporco e affamato. Non è ignoranza: è malafede. Chi oggi parla di scaffali vuoti non descrive un supermercato russo del 2026; descrive un ricordo televisivo del 1982 o del 1991, e lo spaccia per reportage.
I negozi russi, anche fonti ostili lo ammettono, sono pieni. Il New York Times, che non è l’agenzia TASS, ha scritto che «la maggior parte dei negozi è ben rifornita», e che lo sconforto dei clienti non è la fame, è il prezzo. C’è inflazione, c’è sostituzione di marche occidentali, c’è restringimento dell’assortimento: non c’è la carestia da propaganda. Confondere un rincaro del manzo con lo scaffale deserto è un trucco da imbonitore. Se l’unico argomento è una foto mentale di un banco senza pane, non stai criticando un’economia: stai insultando l’intelligenza di chi ascolta.
La Russia non è un deserto industriale tenuto in vita dalla carità. È uno dei più grandi serbatoi di materie prime del pianeta: gas in quantità che nessun embargo ha cancellato, petrolio tra i primi produttori mondiali, primo esportatore di grano, leader nel palladio, nei diamanti, nella potassa e nei fertilizzanti da cui dipende l’agricoltura di mezza terra. Ha la più grande superficie forestale del mondo, terre arabili immense, nichel, alluminio, carbone, oro. Chi parla di «declino» fingendo che queste risorse non esistano non sta sbagliando un dato: sta cancellando la geografia.
Le sanzioni dovevano far crollare il rublo, svuotare i magazzini e mandare la popolazione in ginocchio. Il crollo da manuale non è arrivato. La disoccupazione è ai minimi storici. I salari reali, per anni, sono saliti, non precipitati. L’economia di guerra distorce, brucia investimenti civili, alza i prezzi, stanca i conti pubblici: questo è vero. Trasformare quella distorsione in «collasso sociale» è un’altra cosa: è il vecchio desiderio occidentale che il nemico muoia di fame, perché è più comodo odiare un cadavere che un paese che continua a estrarre, seminare ed esportare.
Il declino, semmai, è quello dell’argomento. Quando non hai più il monopolio della narrazione, ripeschi lo scaffale vuoto. È il gesto di chi ha esaurito i fatti e tiene in mano solo un cliché. Un paese ricco di sottosuolo, di grano e di energia non diventa povero perché un “opinionista”(si fa per dire) ha bisogno che lo sia. La miseria che costui descrive non è nelle corsie dei supermercati russi: è nella sua testa, dove la Guerra Fredda non è mai finita e la realtà è un optional.
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L’Europa non è stata conquistata: si è consegnata. Non con i carri armati, ma con i trattati, le basi, le sanzioni e la retorica. Ai vertici di Unione europea e Regno Unito si è consolidata una classe dirigente che ha fatto dell’allineamento a Washington non una scelta contingente, ma un riflesso condizionato. L’atlantismo è diventato professione, e la professione ha i suoi onorari.
Sul fronte russo si è recitato a soggetto. Si è finto di non vedere l’allargamento militare, le promesse disattese, l’addestramento e l’armamento di un vicinato trasformato in avamposto. Quando le provocazioni hanno prodotto la guerra, si è gridato all’aggressione pura, come se la storia cominciasse il giorno in cui esplode il primo colpo. L’Europa ha pagato il conto: energia, industria, inflazione, frattura sociale. Gli Stati Uniti hanno venduto gas, armi e narrativa.
Nel Medio Oriente lo schema è ancora più nudo. Guerre, occupazioni, embargo, bombardamenti “mirati”, Stati smembrati e società ridotte a macerie. Ogni ciclo si apre con la stessa litania: sicurezza, democrazia, diritti. Ogni ciclo si chiude con basi, contratti e un nuovo equilibrio di dipendenza. Chi resiste viene dichiarato paria; chi collabora viene chiamato partner. Il vecchio continente applaude, finanzia, sanziona e poi si meraviglia se i rifugiati bussano alle sue porte.
Il Venezuela è il capitolo più sfacciato. Un paese ricco di petrolio viene strozzato, isolato, delegittimato. Si parla di dittatura, di popolo oppresso, di transizione democratica. Si omette l’essenziale: le riserve, i flussi, il controllo delle rotte e dei prezzi. L’appropriazione non avviene sempre con lo sbarco dei marines; avviene con il blocco, con il riconoscimento selettivo di presidenti, con il sequestro di attivi e con la pazienza di chi sa che la fame piega prima delle divisioni corazzate.
A coprire il tutto stanno i media a gettone. Non tutti, non sempre, ma in quantità sufficiente a fissare il senso comune. Ripetono il ritornello dei diritti umani come si canta un jingle. Serve a tutto: a una guerra per procura, a un embargo che affama civili, a un raid che uccide famiglie, a un colpo di mano sulle risorse altrui. La parola “barbarie” viene riservata al nemico di turno; la propria resta “operazione”, “pressione”, “responsabilità di proteggere”.
Il trucco è vecchio e funziona perché è morale. Chi obietta viene tacciato di cinismo o, peggio, di complicità con il tiranno. Così il dibattito si sposta dal rapporto di forze alla liturgia dei valori. Intanto l’industria europea perde pezzi, le bollette salgono, i budget militari si gonfiano e la sovranità si riduce a comunicati stampa.
Non è destino. È una scelta di classe e di ceto: una élite che ha preferito il ruolo di vicario a quello di soggetto. Ha scambiato l’autonomia con un posto a tavola, e ha scoperto che a tavola si mangia quel che passa il padrone di casa. Il continente che un tempo pretendeva di dettare il diritto delle genti oggi presta la propria voce a un impero che del diritto fa uso intermittente.
Si potrà continuare a chiamare tutto questo “ordine internazionale”. Si potrà continuare a vendere come etica ciò che è interesse. Ma i fatti restano ostinati: l’Europa ha acconsentito, ha pagato, ha taciuto. E i diritti umani, ridotti a slogan, sono serviti da foglia di fico a chi sapeva già, in partenza, chi doveva vincere e chi doveva essere spogliato.
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Quattro anni e mezzo. Non quattro mesi. Quattro anni e mezzo di necrologi anticipati, di “democrazia in armi”, di Zelensky in maglietta trasformato in Churchill da boutique, di ogni domanda scomoda marchiata come “talking point del Cremlino”. E adesso, con puntualità da impresario funebre, il New York Times scopre gli audit militari segreti: frode, spreco, contratti premiati a chi ruba, un miliardo e duecento milioni evaporati solo nel 2024. Un’autopsia. Finalmente.
Non è giornalismo. È smaltimento. Quando un progetto di potenza smette di rendere — in sangue altrui, in bilancio, in consenso elettorale — il cliente va messo sotto il bus. Non i committenti. Mai i committenti. L’Ucraina diventa, da un giorno all’altro, non più il baluardo della civiltà, ma un buco nero amministrativo, un covo di appalti gonfiati, un paese che “non merita” più i Patriot e i miliardi. La colpa, si capisce, è loro. Loro che non hanno saputo spendere. Loro che hanno tenuto in piedi un sistema di commissioni e raccomandazioni mentre i ventenni venivano rastrellati per strada. Loro.
Si noti la tempistica. Non quando i primi rapporti sul mercato nero delle armi circolavano già nel 2022. Non quando Istanbul offriva un accordo e venne affossato. Non quando i critici — quelli senza accesso ai salotti di Davos e alle redazioni — dicevano che si stava usando un popolo come merce di scambio in una guerra per procura, e che la corruzione ucraina non era un incidente di percorso ma il terreno stesso su cui si costruiva l’operazione. Allora era “disinformazione”. Ora è inchiesta. Il passaggio dalla agiografia al verbale di fallimento non è un ravvedimento: è la fase due del copione. Prima si gonfia il mito. Poi, quando il conto arriva, si scarica il debitore.
Guardate come funzionerà da qui in avanti. Fioriranno i pezzi sul “realismo”, sulle “lezioni apprese”, sulla necessità di “non ripetere gli errori”. Si parlerà di “governance”. Si scoprirà, con aria scandalizzata, che un apparato di guerra nutrito da decine di miliardi senza controllo produce esattamente ciò che produce ogni apparato di guerra nutrito da decine di miliardi senza controllo. Si dimenticherà, con la stessa facilità con cui si è dimenticato ieri, chi ha imposto la linea del “finché ci vorrà”, chi ha trattato ogni tregua come tradimento, chi ha trasformato un paese in un laboratorio e i suoi abitanti in materiale di consumo.
Il fronte della propaganda non si pente. Si riorganizza. L’Ucraina, che doveva essere la dimostrazione che l’ordine occidentale tiene, diventa la dimostrazione che “loro” non erano all’altezza. È il trucco più vecchio dell’impero: quando la spedizione fallisce, si processa il nativo, non il governatore. I morti restano morti. I contratti, quelli sì, hanno già trovato un altro teatro. E il giornale che ieri spiegava perché non si poteva negoziare, oggi spiega perché era inevitabile che andasse a finire così — e di chi, ovviamente, è la colpa.
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In Italia nessuno è più responsabile di nulla. Non la commissione che promuove lo studente che non comprende un testo scritto. Non il ragazzino che filma il pestaggio e lo posta per i like.
Non il politico che scarica sul predecessore. Non il genitore che denuncia il professore invece di educare allo studio il figlio che prende brutti voti. La responsabilità è diventata una malattia da cui tutti guariscono e nessuno è mai stato contagiato.
Non è un difetto. È un progetto. Ha mandanti, esecutori e un movente preciso: uccidere il merito. Perché il merito costringe a rispondere. Di quello che sai, di quello che fai, di quello che non fai. Elimini il merito e elimini la responsabilità. Elimini la responsabilità e resta un Paese dove il fallimento è sempre colpa di qualcun altro.
Quando il governo Meloni ha aggiunto la parola "Merito" al nome del Ministero dell'Istruzione la sinistra indiavolta è scesa in piazza. Conte con Schlein e Landini all'Università Roma Tre: "La meritocrazia non esiste, siamo tutti uguali".
Sono seguite manifestazioni a gogò in tutta Italia. Ancora il 7 maggio scorso cortei in cinquanta città con la CGIL in prima fila.
Il merito non è stato abbandonato. È stato assassinato con premeditazione per liberarsi dalle responsabilità. Un filo rosso che dalla scuola ha lentamente strangolato la società e il buonsenso.
Il mantra dell'inclusività è stato poi il collante dell'operazione, ma inclusione ormai fa solo rima con confusione. Confusione dei meriti, dei ruoli e delle colpe.
I numeri sono la sentenza. La scuola superiore promuove il 99,7% degli studenti ammessi agli esami. I test INVALSI certificano che solo il 51,7% raggiunge in italiano un risultato almeno adeguato. Leggono le parole e non sanno cosa significano.
Vengono promossi lo stesso. Ricevono un diploma, una stretta di mano e una condanna travestita da applauso. Il messaggio che entra nelle ossa è uno solo: qualunque cosa tu faccia non cambierà nulla. Non sei responsabile di nulla. Di nessuno. Nemmeno di te stesso.
I frutti li raccogliamo ogni giorno nelle scuole. Milleduecento aggressioni a docenti nel solo 2025. Sette su dieci commesse non dagli studenti ma dai genitori. Il figlio prende un brutto voto e il padre va a spaccare la faccia al professore.
Non accetta il limite. Non accetta che qualcuno gli dica: tuo figlio non è adeguato. Il brutto voto non è un segnale, è un'offesa. La valutazione non è uno strumento, è un'aggressione. Non gli passa nemmeno nell’anticamera del cervello che sia sua la responsabilità dei risultati scolastici del figlio.
Lo stesso schema si ripete nelle occupazioni scolastiche. Aule devastate, muri imbrattati, banchi spaccati, bagni distrutti. I ragazzi non avvertono il peso della responsabilità perché nessuno glielo ha mai caricato sulle spalle. E i genitori, invece di farlo, li proteggono.
Parte subito l’assoluzione preventiva: sono giovani, protestano, esprimono disagio, non bisogna criminalizzare. Ma hanno vandalizzato una scuola. Non una caserma nemica. La deresponsabilizzazione comincia esattamente qui: quando il danno diventa disagio e chi lo provoca viene trasformato in vittima.
Lo scenario cambia completamente all'estero, dove il concetto di responsabilità personale viene inoculato insieme al latte materno e il merito non è una colpa.
A undici anni un bambino inglese si siede davanti al test per le grammar school. Trema. Duemila candidati per centottanta posti alla Queen Elizabeth's School di Barnet.
Chi entra studia in una scuola pubblica gratuita che nei risultati surclassa le più blasonate scuole private e spedisce i suoi studenti a Oxford. Chi non entra piange, si rialza e prende un'altra strada. Sa che la colpa è sua.
In Corea del Sud il giorno dell'esame universitario si fermano i voli aerei per non disturbare i candidati. Un Paese intero si mette al servizio del merito. In Cina il gaokao decide il destino di dodici milioni di studenti senza appello
Continua sotto nel primo commento ⤵️
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Uno straordinario Gigi Proietti recita "Il lonfo" di Fosco Maraini, mirabile esempio di poesia "metasemantica". Questi e tanti altri preziosi momenti di grande spettacolo a "Meno siamo meglio stiamo - Revisited", con @Renzo_Arbore, stasera #13maggio in prima serata su #Rai5.
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#Thread:
E ora anche basta!
- di Roberto Riccardi
E se ci fossimo rotti le scatole dell'inclusione obbligatoria? Ai Pride italiani, ragazzi effeminati, ma biologicamente maschi, dichiarano davanti alle telecamere, con sicurezza assoluta, di avere le mestruazioni. Non è una➡️
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TRUMP RICATTA L'EUROPA
Gli Stati Uniti hanno “avvertito” l’UE che DEVE approvare un accordo commerciale DI ENORME PORTATA, senza emendamenti, o rischia di perdere l’accesso “agevolato” al GNL 😡
L’accordo prevede l’impegno da parte dell’UE ad acquistare ⤵️
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Mini #Thread.
La fine dell'impero.
- di Emmanuel Todd
Se l’Iran resiste a questo shock, l’impero americano finirà.
In effetti, la lezione che gli iraniani stanno dando a tutti gli Stati del Golfo è che gli americani non sono affatto una protezione, ma al contrario un fattore➡️
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🔵...IL SIONISMO E’ FUORILEGGE?
👺 La verità sta emergendo:
il sionismo è un'ideologia aschenazita che nulla ha a che fare con i veri ebrei, da millenni prime vittime di questo imbroglio.
Finanziato dalla dinastia dei banchieri **Rothschild**, questo movimento controlla lo **0,01% della popolazione** ma tiene in pugno l'intero Occidente tramite governi-burattini.
Il loro piano? Trasformare l'umanità in **merce** e prodotti da sfruttare, rendendoci inutili grazie all'intelligenza artificiale.
L'Italia è ormai una colonia: la nostra **cyber-security** è nelle mani del Mossad e i media sono totalmente infiltrati. 🇮🇹 Usano guerre, psicopandemie e il Green New Deal come strumenti per resettare il debito e speculare sulla nostra pelle. 💣
È il momento di dire basta! Il sionismo, matrice di odio e suprematismo al pari di nazismo e comunismo, va messo **fuori legge**.
Non lasciatevi ingannare dalla propaganda ... che oggi giorno regna sovrana, la sopravvivenza della nostra nazione, o per meglio dire di quel poco che ve ne rimane ... è ancora in gioco!
Giovanni Angelo Cianti
(Scrittore e Divulgatore)
Fonte Video YouTube :
Canale : Giovanni Angelo Cianti Autore
👉 youtube.com/@giovanni.angelo…
Via Giulamaschera su FB
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Il prestito 15ennale di 200 milioni di euro a tasso zero per pagare gli inseganti ucraini faceva parte del Decreto aiuti (convertito in legge il 15 luglio 2022) che è stato compattamente votato dalla Lega (75 favorevoli su 75).
Replying to @FmMosca @GiorgiaMeloni
Governo Draghi già caduto e "in carica per gli affari correnti" 🙄
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PROTOCOLLO IVERMECTIN PER IL TRATTAMENTO DEL CANCRO
Un sentito ringraziamento agli autori principali Ilyes Baghli e Pierrick Martinez, al dott. William Makis, al dott. Paul Marik del FLCCC e a tutti i ricercatori che si sono rifiutati di rimanere in silenzio.
Alessandro Sutera Sardo retweeted
The Bee Gees, performing with nothing but their natural voices—they never had autotune, which wasn’t invented until 1997.
Alessandro Sutera Sardo retweeted
Dopo aver detto che INGV non era stata consultata sul ponte, rifiuta il confronto con gli esperti di INGV che effettivamente erano stati consultati sul ponte.
Che figura pagliaccesca.























