Joined December 2007
youtu.be/YhnUoEqM2ek?is=yWsv… Ok, chiaro, però il punto @pinapic non è che si sanzionano i paesi non democratici o quelli che sospendono lo Stato di diritto. Il diritto internazionale non dice nulla sulla forma di organizzazione che si vogliono dare i popoli, se non rompi ai vicini /1
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Marwan Barghuti, il Nelson Mandela palestinese? La verità della storia. Ieri, durante una trasmissione su La7, si è svolto un acceso confronto tra Marco Grimaldi e David Parenzo. Come spesso accade, Parenzo ha finito per commentarsi da solo. Nel momento in cui si discuteva della possibile liberazione di Marwan Barghuti, Parenzo lo ha definito un “terrorista”. Eppure, tutti sanno che Marwan Barghuti è un parlamentare palestinese, incarcerato dal 2002 senza prove concrete a sostegno delle accuse che gli sono state mosse. È stato membro dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e dirigente di Fatah. Le imputazioni nei suoi confronti non sono mai state suffragate da fatti, ma questo non ha impedito che restasse in carcere per oltre vent’anni. Il paragone tra Barghuti e Nelson Mandela nasce in modo naturale. Quando Mandela era membro dell’ANC, l’African National Congress, movimento che lottava contro l’apartheid, possedeva un carisma straordinario. Durante la sua lunga detenzione, l’ANC attraversò momenti di divisione, ma una volta libero Mandela riuscì a riunire il popolo sudafricano. Allo stesso modo, Marwan Barghuti rappresenta una figura capace di unire il popolo palestinese, ed è proprio per questo che non viene liberato. Persino Benjamin Netanyahu lo ha ammesso apertamente: la sua liberazione potrebbe “unire tutti i palestinesi”, un rischio che il potere israeliano non vuole correre. A un certo punto, Parenzo ha sostenuto che Mandela “non ha mai fatto la lotta armata”. Forse sarebbe il caso che studiasse meglio la storia. Mandela non fu arrestato perché faceva volare le colombe o portava fiori ai colonialisti bianchi, ma perché faceva parte del braccio armato dell’ANC, l’Umkhonto we Sizwe, “La Lancia della Nazione”. Mandela partecipò ad azioni di sabotaggio, a scontri armati con il braccio militare del regime dell’apartheid, a dirottamenti di linee ferroviarie, a boicottaggi e ad attacchi simbolici contro le strutture del potere coloniale interno. Accanto a lui si distinsero figure come Chris Hani, Winnie Madikizela Mandela, Solomon Mahlangu, Joe Gqabi, Ashley Kriel e Steve Biko, intellettuale e leader del Movimento della Coscienza Nera, brutalmente assassinato dalla polizia sudafricana nel 1977. Tutti furono protagonisti di una resistenza che combinava la forza delle idee con la determinazione della lotta concreta contro un sistema disumano. Mandela ebbe “la fortuna” di essere arrestato e condannato a 27 anni di carcere, invece di essere ucciso come molti dei suoi compagni. Durante la detenzione, si trasformò progressivamente nella coscienza morale del Sudafrica, simbolo di un popolo oppresso ma non piegato. Dopo la sua liberazione, Mandela divenne il volto della riconciliazione nazionale. Ma questo non cancella le sue origini nella lotta armata e nella resistenza politica. Al contrario, testimonia la sua evoluzione da combattente a statista, da rivoluzionario a mediatore. Spesso viene romanticamente descritto solo come “l’uomo del perdono”, come se la sua grandezza derivasse da una mitezza innata. In realtà, Mandela aveva conosciuto il male, la tortura, l’umiliazione e la perdita, ma scelse consapevolmente la via della riconciliazione come atto politico e morale, non come resa. Perdonò senza dimenticare, perché sapeva che il futuro del Sudafrica non poteva fondarsi sulla vendetta, ma sulla giustizia. La sua missione fu quella di ricostruire un Paese devastato, mantenendo aperta la mano anche verso i sudafricani bianchi, per ricucire ciò che la violenza aveva spezzato. Romanzare la sua storia, ignorando la parte più dura e radicale della sua lotta, significa falsificare la verità storica. Il caso di Marwan Barghuti è diverso solo in apparenza. È accusato di terrorismo per fatti mai provati, ma la sua colpa è politica: rappresenta l’unità e la resistenza del popolo palestinese. Ed è questa la vera ragione per cui rimane in prigione. Continua nel commento…
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Stare dalla parte del popolo palestinese non significa stare con Hamas. Lo segnalo a tutti quelli che un tempo rimarcavano (giustamente) che stare dalla parte del popolo ucraino non significava stare col battaglione Azov.
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Sarebbe necessario un intero volume per confutare, punto per punto, le affermazioni infondate pronunciate in questo video; mi limiterò qui a richiamare alcuni fatti essenziali riguardanti il periodo a partire dall’era Clinton, fatti che dovrebbero costituire il nucleo di qualunque analisi condotta con rigore storico e giuridico. Una parentesi su @marattin: la sua cifra morale emerge con estrema chiarezza quando, riferendosi alla Nakba e alla Risoluzione ONU 181, dichiara: «siccome qui si afferma con la 181: “signori, qui dovete stare in due, e prima ce n’era uno”… (risatina) cioè è ovvio che qualcuno deve fare spazio a un altro.”» Si tratta di un’oscenità, tanto sul piano etico quanto su quello giuridico. In sostanza, Marattin sembra credere, o fingere di credere, che la 181 costituisca un lasciapassare legale per una pulizia etnica. Siamo a livelli estremi di mistificazione; d’altronde, quando si parla di liberalismo in Italia, non è raro imbattersi in simili derive retoriche. Ma torniamo al periodo in esame: Marattin presenta una sequenza di presunti accordi, sostenendo che Israele li abbia offerti con generosità e che i palestinesi li abbiano puntualmente rifiutati. Nulla di più fuorviante. Le proposte avanzate durante l’era Rabin e al vertice di Camp David offrivano tutto, tranne la creazione di un vero Stato palestinese. A confermarlo non sono solo le mie parole, ma Shlomo Ben-Ami, allora ministro degli Esteri israeliano e negoziatore incaricato di seguire quegli accordi, che nel libro Scars of War, Wounds of Peace (lo consiglio) afferma con franchezza: «Se fossi stato un palestinese, avrei rifiutato anch’io». Taba, invece, rappresenta una questione a sé: si trattò probabilmente della trattativa più vicina a un accordo concreto, e la sua mancata conclusione costituisce un autentico peccato politico. Per comprenderne l’esito, è fondamentale considerare il contesto politico di entrambe le parti. Sul lato israeliano, pochi giorni prima delle elezioni del febbraio 2001, il governo di Barak era sostanzialmente delegittimato, sotto pressione sia della destra sia della sinistra laburista; sul lato palestinese, le tensioni interne e le divisioni politiche rendevano complesso qualsiasi atto di concessione significativa. Per questo motivo, chi ripete acriticamente la filastrocca «i palestinesi hanno rifiutato» dice nuovamente il falso: la responsabilità della rottura non può essere attribuita univocamente alla controparte palestinese. Formalmente, furono infatti gli israeliani a interrompere i negoziati, e perfino Ben-Ami fu accusato da membri del suo stesso partito di «concedere troppo», con riferimento alla sua presunta ambizione di ottenere il Nobel per la pace. A conclusione di quei negoziati, le due delegazioni rilasciarono una dichiarazione congiunta in cui si affermava: «Date le circostanze e i limiti di tempo, si è rivelato impossibile raggiungere un'intesa su tutte le questioni, nonostante i progressi sostanziali compiuti in ciascuna delle questioni discusse. Le parti dichiarano di non essere mai state così vicine al raggiungimento di un accordo ed è quindi nostra convinzione condivisa che le lacune rimanenti potrebbero essere colmate con la ripresa dei negoziati dopo le elezioni israeliane. Le due parti si assumono l'impegno di tornare alla normalità e di stabilire una situazione di sicurezza sul terreno attraverso il rispetto dei loro impegni reciproci nello spirito del Memorandum di Sharm el-Sheikh.» Tuttavia, le elezioni successive portarono al potere Ariel Sharon, politico con una posizione molto più rigida rispetto a Barak e poco incline a concessioni. Va inoltre ricordato che gli insediamenti non furono mai sospesi dai governi israeliani, nemmeno durante le trattative, il che conferiva alle negoziazioni un clima di costante pressione e incertezza. Successivamente, con l’arrivo di Netanyahu nel 2009, ogni prospettiva concreta di negoziato e concessioni ai palestinesi fu di fatto interrotta negando loro il sacrsanto diritto di fondare uno Stato. Il punto cruciale, troppo spesso trascurato, e che invece dovrebbe costituire il cuore di qualsiasi analisi seria, è il seguente: nei negoziati tra Israele e Palestina, la chiave non è «cosa Israele concede», ma cosa stabilisce il diritto internazionale. Osservando i fatti attraverso questa lente, la narrazione convenzionale si rovescia: in numerose fasi è stata la parte palestinese a compiere le concessioni più significative. Non si tratta di tifoseria o di retorica da stadio, ma di un’esigenza di prospettiva giuridica rigorosa. I punti concreti della contesa, che meritano di essere discussi sono quattro. 1. I settlements. Secondo il diritto internazionale, è illegale trasferire parti della propria popolazione in territori occupati; gli insediamenti israeliani sono quindi illegali, come pronunciato dalla Corte Internazionale di Giustizia, dalla decisione del 2004 fino alla più recente del 19 luglio 2024. Qualsiasi negoziato che si apra su questo terreno vede i palestinesi compiere concessioni sostanziali rispetto a quanto la legge internazionale indicherebbe come posizione di partenza. ​​2. Right of return. Il diritto internazionale riconosce, sotto varie forme, il diritto degli individui a ritornare nella propria terra. Nella realtà politica in questione, tuttavia, la possibilità concreta di esercitare pienamente questo diritto è fortemente limitata. Di conseguenza, molte delle soluzioni negoziate hanno richiesto rinunce e compromessi che, nei fatti, costituiscono concessioni, ancora una volta, da parte palestinese. 3. I confini. Qui mi preme sottolineare che chi oggi considera assurdo il riconoscimento dello Stato palestinese a causa della mancanza di confini definiti sta, implicitamente, applicando lo stesso criterio a Israele: anche per lo Stato ebraico, infatti, i confini non sono mai stati chiaramente definiti, e i governi israeliani in successione hanno fatto di tutto perché rimanessero ambigui. (chissà perché) Ricollegandosi alle trattative e ai principi sanciti dal diritto internazionale, va ricordato che è inammissibile annettere territori mediante l’uso della forza: Israele, secondo la legge, dovrebbe pertanto rientrare nei confini precedenti alla guerra dei Sei Giorni del 1967. Ogni cessione inferiore a tale parametro costituisce, un'altra volta, una rinuncia da parte palestinese. Pertanto, quando si discute della "disponibilità" di Israele a evacuare alcuni insediamenti o a cedere porzioni della Cisgiordania, come nel caso del 97% del territorio, il quadro del diritto internazionale mostra chiaramente che, in realtà, sono ancora i palestinesi a compiere concessioni su territori ai quali avrebbero pieno diritto. 4. Gerusalemme. Anche per quanto riguarda Gerusalemme si discute spesso delle presunte concessioni israeliane; tuttavia, sempre secondo il diritto internazionale, come chiaramente affermato dalla Corte Internazionale di Giustizia, Gerusalemme Est rientra nel territorio palestinese occupato, e i palestinesi hanno il diritto di reclamarne il pieno controllo. Fatte le doverose sottolineature, va anche ammesso che, in ambito internazionale, le realtà politiche spesso divergono dalle indicazioni della legge; tuttavia, considerare la realtà politica o la legge del più forte come sinonimi di autorevolezza morale come fa Luigi Marattin è un errore grossolano che non trova fondamento né nella legge né nella ragione. Essere realisti significa innanzitutto riconoscere ciò che la legge prescrive, poi, in secondo luogo, confrontarsi con la realtà sul terreno, e infine comprendere che chi ottiene meno di quanto la legge gli conferirebbe è colui che, in termini concreti, ha compiuto concessioni. Similitudini le troviamo anche in Ucraina, dove uno scenario realistico futuro vede la Crimea rimanere sotto controllo russo, mentre la Russia potrebbe ritirarsi dagli altri territori occupati. Tuttavia, non è la Russia a compiere concessioni: dal punto di vista del diritto internazionale, l’occupazione è illegale sin dall’inizio, e quindi qualsiasi rinuncia o accordo è, in realtà, una concessione dell’Ucraina. #Slavaucraini Tutti questi sono concetti elementari che non dovrebbero sorprendere nessuno, eppure, ahimè, lo strabismo morale regna sovrano e sembra aver contagiato molti. Marattin, ad esempio, evoca il diritto internazionale a corrente alternata e solo quando deve sostenere un argomento favorevole a Israele, come nel caso della Risoluzione 181; ma quando gli si chiede un giudizio sugli atti concreti dello Stato ebraico, dalle operazioni a Sabra e Shatila fino all’attuale offensiva su Gaza, la sua risposta è evasiva: “Immagina se dovessi vivere come un israeliano… ma quale sarebbe la reazione? Chi può dirlo?” Il punto è chiaro: o le leggi internazionali esistono e vanno rispettate sempre, oppure a contare sono soltanto i sentimenti. In tal caso, va riconosciuto lo stesso diritto ad averne, e anche ad odiare, ai palestinesi, che da quasi un secolo vivono privi di diritti e libertà, a torto o a ragione. Questa live ha messo in luce, prima di tutto, la malafede di chi, sotto il paradosso del “nulla giustifica il sette ottobre, ma il sette ottobre giustifica tutto”, rivela un atteggiamento tanto ipocrita quanto volgare. Inoltre, mi preme ricordare per l’ennesima volta che, in termini giuridici, un genocidio è un crimine assoluto, che non ammette pretesti (come il sette ottobre) né giustificazioni di alcun tipo. Spoiler: lo stesso principio dovrebbe applicarsi anche alla morale. Tuttavia, quando i valori vengono piegati al tifo identitario, ciò che resta è soltanto meschina volgarità. E con questo, per preservare la mia salute mentale, mi concedo una breve “diapausa” da Twitter. Osservare così tante persone ostinarsi a cercare giustificazioni per l’ingiustificabile a cui stiamo assistendo in questi giorni provoca una tristezza profonda. #StopGazaGenocide‌NOW #IsraelPalestinconflict
Poco più di un’ora di confronto civile e pacato con Costantino De Blasi sulla questione palestinese. Grazie a lui per l’opportunità di confronto - molto necessario di questi tempi - e a chi di voi avrà voglia e pazienza di ascoltarlo.
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Trovo inquietante e vergognoso l’atteggiamento della comunità ebraica di Roma nel protestare contro la decisione del Campidoglio di esporre la bandiera della Palestina. Un gesto di pura solidarietà verso un popolo massacrato viene trasformato, da loro, in un pretesto di polemica politica, come se riconoscere la sofferenza palestinese fosse un crimine. Questa posizione rivela una chiusura morale spaventosa, un’arroganza che calpesta il dolore altrui e un’assenza totale di compassione. Chi più di loro dovrebbe saper leggere i segni dell’orrore, riconoscere il volto del male, eppure scelgono di rimanere ciechi, indifferenti, persino ostili davanti a un popolo che oggi vive ciò che loro stessi ricordano come la tragedia assoluta. Così facendo, si rendono complici di un silenzio che uccide due volte: prima i corpi, poi la verità. Se la memoria viene ridotta a strumento di propaganda e di potere, essa perde ogni valore e diventa essa stessa una forma di violenza.
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La crisi francese e il fantasma italiano. Su @sole24ore oggi, con @Forchielli
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A Torino, nel 1982, Giuliano Ferrara chiese che un concerto per la pace fosse dedicato ai palestinesi massacrati a Sabra e Shatila. Gli fu negato. Ferrara, allora comunista, reagì con tale veemenza che lasciò il Pci. La sua era una posizione chiara: solidarietà alle vittime palestinesi e condanna di quello che l’Onu avrebbe definito “un atto di genocidio”. L’episodio, documentato e pubblico, è l’atto fondativo della sua rottura con la sinistra. Oggi lo stesso Ferrara accusa di antisemitismo chi chiede la fine della guerra a Gaza, chi denuncia le decine di migliaia di morti civili, chi invoca il diritto internazionale. “Liberare Gaza anche con le bombe”, ha detto in una fiaccolata nel 2023. In mezzo, un travaso ideologico che l’ha portato a fondare Il Foglio, santuario italiano del pensiero neoconservatore. Ma la traiettoria di Ferrara non è un caso isolato. È la parabola di un’intera destra italiana che, da filo-palestinese e anti-sionista, è diventata ferocemente filoisraeliana. Tra fiamma e kefiah La destra post-fascista italiana nasce filo-palestinese. Non per afflato umanitario, ma per coerenza ideologica: l’anti-sionismo era il riflesso dell’anti-americanismo. I documenti non mancano: volantini del Fronte della Gioventùnegli anni ’80 chiedevano sanzioni contro Israele e il riconoscimento dello Stato palestinese. “Fermare il massacro”, si leggeva. Si inneggiava alla “stirpe guerriera” palestinese. Giorgia Meloni militava in quegli ambienti: in un video del 1996 compare nella sede di Azione Studentesca con un manifesto palestinese alle spalle. In quegli stessi anni, anche Ignazio La Russa e Galeazzo Bignami frequentavano gli ambienti della destra giovanile che vedeva nell’Olp di Arafat un’alleata contro il capitalismo sionista e il comunismo internazionale. La trasformazione è stata radicale. Gianfranco Fini volò a Gerusalemme nel 2003 e definì il fascismo “male assoluto”. Fu anche un’operazione geopolitica: la destra doveva diventare presentabile per gli Stati Uniti. L’effetto? La retorica dell’“alleato strategico” sostituì quella del “popolo oppresso”. La Meloni, oggi, è l’erede diretta di quella svolta. Ha mantenuto la fiamma nel simbolo e riposto la kefiah nel cassetto. Ieri Palestina, oggi premi da Israele Il cambiamento non è solo teorico. È concreto. Nel 2014 Meloni scriveva su Twitter: “Un’altra strage di bambini a Gaza. Nessuna causa è giusta quando sparge il sangue degli innocenti”. Oggi definisce “controproducente” il riconoscimento della Palestina e firma memorandum militari con Israele. Nel 2025 ha votato contro una risoluzione Onu per il cessate il fuoco. La Russa, da sempre nella tradizione missina, oggi partecipa a fiaccolate “per le vittime israeliane” senza mai citare Gaza. Bignami oggi condanna chi, come l’amministrazione di Bologna, ha esposto fuori dal Comune la bandiera palestinese “alimentando divisioni e faziosità pericolose”. Poi c’è Salvini, premiato come “amico di Israele” il 22 luglio 2025, lo stesso giorno in cui a Gaza si contavano 380 morti in un solo bombardamento. Ha dichiarato che “ogni equiparazione tra le vittime è indecente” e ha definito le manifestazioni pacifiste “fiancheggiamento al terrorismo”. Antonio Tajani, che nel 2002 condannava gli insediamenti israeliani e difendeva il diritto al ritorno dei rifugiati, oggi invoca “neutralità” e giustifica i bombardamenti come autodifesa. La coerenza si è spenta sotto i riflettori delle conferenze stampa internazionali. L’antisemitismo a orologeria Il capolavoro retorico è l’uso dell’antisemitismo come clava politica. L’antisionismo viene sistematicamente equiparato all’antisemitismo, sulla scorta della definizione Ihra, contestata da più di 40 studiosi internazionali e anche da esperti delle Nazioni Unite. La critica a Israele è diventata un reato morale. Le manifestazioni pacifiste sono trattate come minacce. Chi porta una kefiah è guardato con sospetto. Il dissenso è neutralizzato come odio. Chi chiede la fine dei massacri a Gaza diventa automaticamente complice di Hamas. Eppure, chi oggi si erge a sentinella contro l’antisemitismo ha radici ideologiche in partiti che della discriminazione razziale hanno fatto la propria identità. Dalla Rsi che deportava ebrei ai lager, al MSI di Giorgio Almirante, redattore della rivista La Difesa della Razza. Non è solo una questione di memoria. È una riscrittura della storia. Una narrazione che, cancellando il passato, assolve il presente. E lo arma. Il sostegno a Israele non è diventato più solido. È diventato più utile. È il lasciapassare per il potere, la prova di affidabilità per chi ha bisogno di nascondere un passato ingombrante. In questa torsione cinica, la tragedia di Gaza è solo una cornice da ignorare. Il dolore ebraico, usato come scudo. I palestinesi, ridotti a danno collaterale. L’ipocrisia ha assunto una forma così perfetta da farsi identità politica. La vera vergogna non è nelle bandiere esposte in piazza, ma nei volti che ieri gridavano “Palestina libera” e oggi tacciono, o peggio, accusano chi lo fa. L’ipocrisia non uccide come le bombe. Ma serve a giustificarle. E continua a farlo. Ogni giorno. (il mio articolo per @LaNotiziaTweet) lanotiziagiornale.it/la-para…
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uno dei coloni israeliani a cui Trump ha tolto le sanzioni oggi ha sparato in pieno giorno, ad altezza uomo, contro un gruppo di palestinesi, e ha ammazzato un attivista famoso. Ha sparato per uccidere consapevole di essere ripreso da tre smartphone mentre lo faceva. Il colono famigerato si chiama Yinon Levy, affitta le ruspe alle Forze armate israeliane per distruggere case palestinesi sotto ordine di demolizione. La comunità internazionale lo conosce da tempo come un aggressore abituale di palestinesi. Era sotto sanzioni da parte degli Stati Uniti, ma cancellarle è stato uno dei primi provvedimenti di Trump dopo l’insediamento, quando era alla Casa Bianca da appena una settimana. L’attivista famoso si chiamava Odeh Hathaleen ed è uno dei volti del documentario che ha vinto l’Oscar “No Other Land”
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Il furto intergenerazionale e' compiuto da milioni di piccoli o grandi "Vannacci" che a 56 anni di eta' vantano "44 anni di contributi" e si godono una lauta pensione per i 30-40 anni VERI seguenti! Tale pensione viene pagata dai contributi e dall'IRPEF di chi, durante quei 40 anni, lavora e produce! Contributi+IRPEF = circa il 60-70% del valore aggiunto prodotto, specialmente nel caso del lavoro qualificato! Da 30 anni un gigantesco furto intergenerazionale e' in corso. Ed e' quasi completo! VA FERMATO ORA! Questo furto impoverisce gli italiani, i giovani in particolare. Distrugge l'industria di frontiera rendendo l'Italia un paese dove qualsiasi attivita' economica avanzata e' non conveniente. Le poche che c'erano son fuggite e le altre non sono mai venute. I "Vannacci" vanno fermati SUBITO. La spesa pensionistica va fermata SUBITO. L'esproprio (via contributi sociali e IRPEF) di chi produce valore aggiunto va fermato SUBITO. movimentodrindrin nasce anzitutto per questo e siamo gli UNICI a combattere questa battaglia che e' quella fondamentale.
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Yesterday, very important words were spoken by President Trump about how the Russian leadership is wasting the world’s time by talking about peace while simultaneously killing people. We all want genuine peace – dignified and lasting: Ukraine, all of Europe, the United States, and many decent leaders and countries around the world who support us. Everyone needs peace in international relations and predictability in life. Everyone – except Russia. As of now, it is known that in just one past day – when everyone once again felt a sense of hope that the killing might stop – the Russian army killed 22 people in Ukraine. My condolences to their families and loved ones. Another 85 people were wounded. Seventy-three Ukrainian cities and villages came under Russian attack. At 2 a.m. this night, the Russians launched a missile strike on the city of Kamyanske, targeting the city hospital. Three people were killed in the attack, including a pregnant woman. Her name was Diana. She was only 23 years old. Late yesterday, near midnight, Russian aircraft dropped bombs on the grounds of a correctional colony in the Zaporizhzhia region. It was a deliberate strike, intentional, not accidental. The Russians could not have been unaware that they were targeting civilians in that facility. Many were killed, and another 43 people were wounded, some of them with very severe injuries. And this was done after a completely clear position was voiced by the United States – a position supported by the world – that Russia must end this war and move to diplomacy. Every killing of our people by the Russians, every Russian strike – at a time when a ceasefire could have long been in place, if not for Russia’s refusal – all of this shows that Moscow deserves very harsh, truly painful, and therefore just and effective sanctions pressure. They must be compelled to stop the killing and make peace. I thank everyone who is helping with this. Ukraine welcomes President Trump’s efforts and his determination to achieve peace. We are grateful to all the leaders who are helping defend Ukraine and exerting pressure on Russia. Peace is possible. But only when Russia ends the war it itself started and stops tormenting people. Glory to Ukraine!
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“Gli psicologi spiegano che chi è stato picchiato da bambino tende, più facilmente, a picchiare i propri figli.” Una frase semplice, ma potente, pronunciata dal rabbino Arik Ascherman nel reportage di @Mannocchi. Una frase che, più che analizzare, spiega interi capitoli di storia. É una frase che io personalmente comprendo nell'intimo avendo fatto l'esperienza, mio malgrado, di una madre alcolizzata. Ma la mia non vuole essere un'accusa, né una lezione morale a questo o quel popolo. È un richiamo. Un invito a riscoprirsi umani, a ricordare che, dietro i tamburi della guerra e il fragore della propaganda, vivono persone comuni. Immaginate di essere uno di loro. Un ebreo sopravvissuto a secoli di persecuzioni e pogrom, culminati nel crimine più indicibile della storia umana: l’Olocausto. All’indomani di quell’abisso morale, l’Occidente si è voltato altrove, rifiutando spesso di accogliere i sopravvissuti, preferendo lavarsene le mani. E così che nacque veramente Israele, la terra promessa trasformata in rifugio, in atto riparativo, ma costruito su una ferita mai sanata. A quegli uomini e donne, col tempo, venne raccontata anche un’altra storia: quella di una terra vuota per un popolo in cerca di casa. Tanti provarono negli anni sinceramente a convivere con i nuovi vicini, altri si chiusero nella paura, nell’identità, nel senso di diritto. Ma non erano coloni assetati di conquista — erano, troppo spesso, reduci del dolore, in cerca di un luogo dove smettere di fuggire. Immaginate, allora, un israeliano qualunque. Un uomo che, negli anni Novanta, ha creduto nel dialogo, nella pace, nella possibilità concreta di due Stati. Nonostante gli attentati, nonostante i bus esplosi e i ristoranti insanguinati, ha continuato a votare per un governo, spesso di sinistra, che cercasse una soluzione politica. Eppure, da quella speranza è nato il disincanto: i negoziati si sono interrotti, con colpe da ambo le parti, e al loro posto, come spesso accade quando la diplomazia è silente, sono arrivate altre bombe. Oltre cento attentati suicidi in pochi anni, nei luoghi della vita quotidiana: nelle strade, nei caffè, nei mercati. Quel cittadino, una volta ottimista, oggi è stanco, arrabbiato, disilluso. E mentre la guerra prosegue, anche chi un tempo cercava il compromesso ora si rifugia in posizioni sempre più radicali, convinto che ogni gesto di apertura sia destinato a essere tradito. Non è follia. È trauma che si trasforma in difesa, e difesa che si irrigidisce in ideologia. Comprendere questo non significa giustificare tutto, ma almeno riconoscere la logica del dolore. E poi c’è l’altro lato del muro. Un giovane nato a Gaza dopo il 2005, cresciuto sotto l’unica autorità che ha mai conosciuto: Hamas. Per lui, l’unico ebreo è un rumore nel cielo — un aereo che bombarda — oppure una sagoma armata che spara se ci si avvicina troppo a un recinto. Nessun volto, nessuna parola, solo paura. Ma la storia, per lui, non comincia nel presente. Comincia con l’espropriazione, quando quella terra, abitata da generazioni sotto l’Impero Ottomano, viene descritta come “vuota”, e popolata da uomini e donne arrivati da lontano, convinti di un diritto superiore, divino. Comincia con gli sfratti, con i villaggi distrutti, con le famiglie cacciate — anche quelle che avevano scelto la non violenza. E continua con la promessa mancata del mondo arabo, che offre solo slogan e armi, ma non rifugio né futuro. Per questo, anche, sostenere Hamas non è sempre una scelta ideologica, ma sovente l’unica realtà visibile. Non è logico, forse. Ma è comprensibile, se si guarda con occhi umani. Entrambi, israeliani e palestinesi, figli di dolori troppo grandi per essere ignorati. Entrambi, rinchiusi in una spirale che solo la memoria, la compassione e la dignità condivisa potranno forse — un giorno — spezzare. Ecco, noi tutti dovremmo fare un grande sforzo: avere la maturità, la profondità intellettuale e morale per contenere due verità nello stesso tempo, senza il bisogno di assolvere o condannare, senza la pulsione di schierarsi come in una partita. Guardavo qualche mese fa un breve video del sempre bravo @DeShindig, che concluse un suo intervento con una frase che mi colpì molto, e che ho appuntato. Era tratta da un libro di Arturo Marzano, Questa terra è nostra da sempre: “Tifare per una parte contro l’altra non serve a nulla. Chi ha a cuore il bene anche solo di una delle due parti deve rendersi conto che i legami tra israeliani e palestinesi sono talmente stretti, che solo facendo il bene di entrambi si sostiene davvero la propria parte.” #StopGenocideinGazaNow #IsraelPalestineConflict
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Dal suo punto di vista (e di quello degli scampati di casa che gridano qui e sui fogli che nessuno legge ma che le tasse altrui finanziano) e' una buona idea. QUALSIASI popolazione, gruppo religioso o etnico che non sia assimilabile al Likud israeliano ed ai suoi fanatici alleati religiosi, e' una pedina da usare ai propri fini e poi scaricare. L'han fatto con i maroniti libanesi, con i palestinesi dell'OLP, con i Drusi, con Hamas quando gli serviva, con i cristiani in Israele e Palestina, con i beduini, eccetera. Lo fanno persino con le famiglie degli ostaggi come l'han fatto con quella minoranza di israeliani che, pur fedeli al paese, ha cercato di fermarne la deriva nei decenni. A seconda delle circostanze li "armi", li appoggi e li usi contro il nemico del momento, poi li scarichi e ne usi un altro. Cio' che conta e' destabilizzare qualsiasi entita' statale vi sia nel "circondario" in modo tale da garantirsi il piu' totale dominio militare e quindi coloniale. As simple as that. Non gioca all'apprendista stregone. Sa quel che fa e lo fa molto bene. Peccato sia neocolonialismo della peggior specie.
#Israele #siria intervento pacificatore d'israele che ha difeso la parte peggiore dei drusi, quella di Al haiji, compromessa con il vecchio regime ed invischiata nel traffico di Captagon, sta portando sull'orlo della crisi di nervi il paese che rischia veramente di esplodere. A suweyda i drusi di Al Haiji hanno continuato con le violenze e gli scontri con le tribù di beduini locali. Nel resto del paese si sta assistendo ad una mobilitazione tribale che difficilmente l'ancora debole governo siriano riuscirà a contenere. Drusi vengono visti come traditori legati al vecchio regime, protetti da un agente straniero, facendo di tutta un erba un fascio. Ancora in giro c'è chi (netanyau) pensa che giocare agli apprendisti stregoni e creare il caos sia una grande idea.
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Non m’appartiene la gara virile di chi alza la voce per primo o con più veemenza. Non è timore di esporsi, né vile equidistanza: è la consapevolezza di chi riconosce che entrambi i popoli sono prigionieri degli stessi fanatismi, che, come fuochi che si ravvivano soffiandosi contro, si specchiano l’uno nell’altro e si nutrono a vicenda. Oggi, ciò che conta davvero però è una sola cosa: fermare il genocidio del popolo palestinese. E per farlo, occorre avere il coraggio di riconoscere una verità tanto semplice quanto dimenticata: l’odio non costruisce la pace. La distrugge. Il mondo libero, e le istituzioni che si dicono democratiche, dovrebbero finalmente trovare il coraggio di essere chiari e coerenti. Con Israele è tempo di dire: basta. O ti fermi, oppure ti isolo. Come abbiamo fatto con la Russia. Niente più bandiere israeliane nelle competizioni internazionali. Niente armi. Sanzioni economiche. Non per vendetta, ma per giustizia. In qualsiasi analisi onesta, alcune cose possono essere dette con chiarezza: 1) L’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un crimine di guerra. Ha preso deliberatamente di mira civili innocenti. Va condannato senza riserve, né attenuanti. 2) La risposta israeliana, pur presentata come “autodifesa”, ha ampiamente superato i limiti della legittima difesa. Radere al suolo interi centri urbani e deportare quasi l’intera popolazione di Gaza non può essere giustificato né moralmente né giuridicamente. 3) La retorica del “stiamo combattendo i terroristi” perde ogni forza morale quando viene usata per giustificare la distruzione di città, la fame dei civili e l’ignorare deliberatamente gli allarmi umanitari. 4) Chi tace — o peggio, applaude — non è neutrale. È uno schifoso complice. #StopTheGenocideInPalestine
Ahead of the deployment of the 22nd Battalion from Carmeli Brigade into Netzarim, Gaza last April, the battalion gathered to prepare for their entry with a clear objective of what they were about to do. A large crowd of soldiers and officers cheering, “May your village burn”
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70% of all US dollars in existence were created after #bitcoin was invented. Think about that for just a second.
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Guarda che #Luna.... guarda che #Roma 🙂 – at Rome, Lazio
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removed React Native from our codebase... - decreased apk size 35% 👍 - decreased build time ~20% 👍 - decreased number of languages required to fully understand/work on the project 👍 probably my favorite PR merge in a while 😃
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Luca Marchi retweeted
We're thrilled to announce that we've entered into an acquisition agreement with @Microsoft! news.microsoft.com/?p=406917
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Basically: erlang powers the internet. #CodeBEAMSTO
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